Fiodor Dostoievski
UMILIATI E OFFESI
PARTE PRIMA
CAPITOLO 1
La sera del ventidue marzo dello scorso anno ebbi un'avventura alquanto strana. Avevo passato quel giorno a correre per la città in cerca d'un appartamento. Quello in cui abitavo era molto umido, e già allora incominciavo ad avere una tosse piuttosto preoccupante. Mi ero proposto fin dall'autunno prima di cambiar casa, ma poi avevo tirato innanzi fino a primavera senza farne un bel nulla.
Quel giorno non ero riuscito a trovare alcun posto che mi si confacesse. Desideravo, anzitutto, di trovare un appartamentino esclusivamente mio, non stanze in subaffitto; in secondo luogo, poi, mi occorreva una stanza molto vasta, anche a costo di non aver altro che quella; infine, si capisce, non volevo spendere troppo.
Mi ero accorto che in una camera angusta sembra difetti lo spazio anche per i pensieri. A me, invece, piace, meditando sulle mie future opere, camminare su e giù per la camera. A proposito, ho sempre provato maggior piacere a ideare le mie opere e a sognare in che modo sarebbero venute scritte, che non a scriverle in realtà, e vi assicuro che ciò non dipende affatto da pigrizia. E da che cosa allora?
Mi sentivo indisposto fin dalla mattina, e, verso il tramonto, il mio stato di salute peggiorò ancora: cominciava la febbre. Inoltre, avevo passato tutto il giorno in piedi ed ero molto stanco.
Verso sera, proprio sull'imbrunire, stavo camminando lungo la Prospettiva Vosniesenski. Mi piace il sole del mese di marzo a Pietroburgo, soprattutto il tramonto, s'intende, in una chiara sera di gelo. Tutta la strada comincia allora a brillare, inondata da una viva luce. Tutte le case sembrano a un tratto scintillare. Le loro tinte grigie, gialle e verde-sporco, perdono in quel momento la loro tetraggine; pare allora che l'animo si faccia più sereno, che qualcuno ti abbia spinto col gomito, e tu trasalisci tutto. Nuovi pensieri nascono nella tua mente, vedi tutto da un nuovo punto di vista... C'è da meravigliarsi, a considerare quanto può influire un solo raggio di sole sull'anima di un uomo!
Ma il raggio si spense; il gelo si faceva sempre più pungente e cominciava a pizzicare il naso; le tenebre si addensavano; nelle botteghe furono accese le fiammelle a gas. Giunto alla pasticceria di Miller, mi fermai a un tratto come inchiodato e cominciai a fissare l'altra parte della strada, come presentendo che subito doveva succedermi qualche cosa di strano; e nello stesso momento vidi sul marciapiede opposto il vecchio col suo cane. Ricordo benissimo che il cuore mi si strinse per una sensazione penosa, del cui genere non riuscii neppure io a rendermi conto.
Non sono un mistico; quasi non credo ai presentimenti e ai cattivi o buoni presagi; nondimeno, a me, come, può darsi, anche a molti altri, erano accaduti nella vita alcuni casi poco spiegabili. Per esempio, quel vecchio: perché per quel mio incontro con lui sentii subito che mi doveva capitare nella stessa sera qualche cosa d'insolito? Del resto, ero malato, e le sensazioni date dalla febbre sono quasi sempre ingannatrici.
Il vecchio, col suo passo lento e debole, muovendo le gambe come se fossero due rigide pertiche e battendo leggermente col bastone sul lastrico, si avvicinava alla pasticceria. In vita mia, non avevo mai incontrato una figura più strana, più bizzarra. Anche prima di quell'incontro, quando ci trovavamo insieme nella pasticceria di Miller, il vecchio produceva su di me un'impressione dolorosa. L'alta statura, la schiena curva, il viso smorto di ottuagenario, il vecchio pastrano lacerato nelle cuciture, un cappello rotondo, che, a giudicare da quanto era sciupato, doveva aver servito almeno per una ventina d'anni e gli ricopriva la testa calva, con una sola ciocca di capelli, non più canuta, ma di un bianco-giallo, rimastagli proprio sulla nuca; i movimenti, che sembravano obbedire non al cervello, ma ad una molla caricata una volta per sempre, tutto ciò stupiva involontariamente chiunque lo vedesse per la prima volta. Infatti, era strano vedere quel vecchio, in età così avanzata, girare da solo, senza che alcuno lo accompagnasse, tanto più che aveva l'aspetto di un pazzo sfuggito ai suoi guardiani.
Mi stupiva pure la sua estrema magrezza. Quasi non aveva più carne sulle ossa, rivestite soltanto dalla pelle giallastra, I suoi occhi grandi, ma torbidi, circondati da due cerchi lividi, erano sempre fissi davanti a sé, non guardavano mai né da una parte né dall'altra, e sono persuaso che non vedevano nulla. Anche se il suo sguardo cadeva su di voi, egli continuava ad andar dritto, come avesse innanzi a sé lo spazio vuoto. L'avevo notato parecchie volte. Da Miller aveva cominciato a comparire solo da poco tempo, venendo Dio sa da dove, e sempre accompagnato dal cane. Nessuno dei frequentatori della pasticceria usava accostarlo, né egli aveva mai rivolto la parola ad alcuno.
«Perché continua a recarsi da Miller, e che diamine ha da fare in quel luogo?», pensavo, fermo dall'altra parte della strada e lo sguardo invincibilmente attratto dalla sua figura. Una specie di dispetto, conseguenza della malattia e della stanchezza, nasceva in me.
«A che cosa pensa?», continuavo a domandare a me stesso. «Che cosa racchiude nella mente? E' poi capace ancora di pensare? Il suo viso è morto a tal punto, che non esprime proprio nulla. E dove ha trovato quel brutto cane, che non lo lascia di un passo, e sembra formare con lui una cosa sola, un intero indivisibile, e gli somiglia tanto?».
Quel disgraziato cane doveva avere anch'esso un'ottantina d'anni. Sì, doveva essere proprio così. Anzitutto, aveva un aspetto così vecchio come nessun cane ebbe mai; in secondo luogo, fin dalla prima volta che l'avevo visto, mi era sembrato che quel cane non potesse essere un cane come tutti gli altri, ma un animale straordinario: che avesse in sé un non so che di fantastico, di soprannaturale; che fosse una specie di Mefistofele celato sotto la forma di un cane, e che il suo destino fosse congiunto con qualche legame strano e misterioso a quello del suo padrone A vederlo, ognuno avrebbe indubbiamente pensato che di sicuro era trascorsa una ventina d'anni dall'ultima volta che aveva mangiato. Era magro come uno scheletro o, per dir meglio, come il suo padrone. Era quasi completamente spelato; persino la coda, che pendeva giù come un bastone, ed era sempre nascosta tra le gambe, non aveva più peli. La testa, dalle lunghe orecchie, penzolava tetramente abbassata verso terra. In vita mia, non avevo mai visto un cane più ripugnante. Quando quei due esseri, il cane e il suo padrone, camminavano per strada, il padrone davanti e il cane dietro, questo toccava col naso la falda della marsina del vecchio, come se vi fosse incollato. La loro andatura e tutto il loro aspetto parevano ripetere a ogni passo: «Siamo vecchi, vecchi, oh, Signore, come siamo vecchi!».
Ricordo pure che un giorno mi passò per la mente l'idea che il vecchio e il suo cane fossero scappati da qualche pagina di fiabe dell'Hoffmann, illustrata da Gavarni, e gironzolassero adesso per il mondo in guisa di vivente pubblicità a quell'edizione.
Attraversai la strada e seguii il vecchio nella pasticceria.
Nella pasticceria, il vecchio si comportava in modo stranissimo, e, già da qualche tempo, Miller, da dietro il suo banco, aveva cominciato a far smorfie di malcontento vedendo entrare quel frequentatore poco desiderato. Anzitutto, lo strano cliente non si faceva servire nulla.
Ogni volta, entrando, si dirigeva direttamente verso l'angolo accanto alla stufa, e prendeva posto su una sedia. Se per caso il suo posticino prediletto era occupato, rimaneva piantato tutto perplesso, per un certo tempo, di fronte al signore che aveva occupato il posto presso la stufa, poi, con aria piuttosto sconcertata, si ritirava in un altro angolo, presso la finestra. Là, sceglieva una sedia, vi si sedeva lentamente, si toglieva il cappello, lo metteva accanto a sé sul pavimento, come pure il bastone, poi arrovesciato contro lo schienale della sedia, rimaneva così, immobile, per tre o quattro ore.
Mai aveva preso in mano un giornale, mai aveva pronunciato una parola, emesso un suono; rimaneva seduto, Con gli occhi spalancati e fissi, ma con uno sguardo talmente vacuo e privo di vita, che si poteva scommettere che non vedeva nulla dinanzi a sé, né udiva cosa alcuna di quanto si diceva. Il cane, invece, dopo aver girato alcune volte su se stesso, si sdraiava cupo ai suoi piedi, mettendogli il muso tra gli stivali, poi sospirava penosamente, si allungava sul pavimento, e rimaneva pure immobile per tutta la sera, come fosse morto. Si sarebbe detto che quei due esseri rimanessero tutto il giorno morti in qualche luogo, e che solo al tramonto risuscitassero, unicamente per giungere alla pasticceria di Miller, adempiendo con ciò a un dovere misterioso e ignoto a tutti. Dopo essere rimasto così seduto per tre o quattro ore, finalmente il vecchio si alzava, prendeva il cappello e usciva per dirigersi a casa, chissà dove. Si alzava pure il cane, e, come prima, a passi lenti e con la testa bassa, seguiva il padrone.
Gli avventori della pasticceria avevano cominciato da tempo a non sedersi vicino al vecchio, e a passare alla larga, come se ne avessero ribrezzo. Egli, però, non si accorgeva di nulla.
I frequentatori di quella pasticceria erano, in maggior parte, tedeschi. Si radunavano là da tutta la Prospettiva Vosniesenski; erano padroni di diverse aziende: fabbri, fornai, tintori, fabbricanti di cappelli, sellai, tutta gente patriarcale, nel senso tedesco della parola. Da Miller, in generale, si osservavano modi patriarcali.
Spesso il pasticciere si avvicinava ai clienti che conosceva, prendeva posto al loro tavolino, e consumava in loro compagnia una certa quantità di ponce. I cani e i figli del pasticciere venivano pure a salutare qualche volta i clienti, che da parte loro accarezzavano gli uni e gli altri. Tutti si conoscevano e si stimavano a vicenda. E quando gli avventori si sprofondavano nella lettura dei giornali tedeschi, giungevano dall'appartamento del padrone, separato da una porta dalla pasticceria, i suoni dell'"Augustin", eseguito, su un pianoforte scordato, dalla figlia maggiore di Miller, una tedeschina bionda, dai capelli ricci, molto somigliante a un topolino bianco.
Il valzer era sempre accolto con molto piacere.
Io andavo da Miller nei primi giorni di ogni mese per leggervi alcune riviste russe cui egli era abbonato.
Quella sera, entrando nella pasticceria, vidi che il vecchio era già seduto presso la finestra, e il cane, come sempre, sdraiato ai suoi piedi. Mi sedetti in silenzio in un cantuccio e mi domandai in cuor mio: «Perché sono venuto qui, se non ho nulla da farci, anzi, in un momento in cui, sentendomi malato, dovrei affrettarmi a tornare a casa, bere il tè e mettermi a letto? Possibile che mi trovi proprio qui con l'unico scopo di osservare quel vecchio?». Mi sentii indispettito.
«Che m'importa di lui?», pensavo, ricordandomi la sensazione strana e morbosa che avevo provata vedendolo in istrada. «E che m'importano tutti questi noiosi tedeschi? Da che dipende questo fantasioso umore del mio spirito? Da che dipende quest'ansia per ogni nonnulla, che ho scoperto in me in questi ultimi tempi e mi impedisce di vivere e di osservare serenamente la vita, come ha già notato un critico molto profondo, analizzando con indignazione la mia ultima novella?».
Nondimeno, tra simili meditazioni e domande, rimanevo sempre al mio posto, mentre il malessere che avevo indosso s'impadroniva sempre più di me; sentivo persino un certo dispiacere al pensiero che un momento o l'altro avrei dovuto lasciare quel locale ben riscaldato. Presi un giornale di Francoforte, ne lessi un paio di righe e cominciai a sonnecchiare. I tedeschi non mi impedivano di farlo: essi leggevano, fumavano, e solo di tanto in tanto, una volta ogni mezz'ora, si comunicavano a vicenda, brevemente e a mezza voce, qualche notizia di Francoforte, oppure qualche frizzo o qualche parola spiritosa del famoso umorista tedesco Safir; dopo di che, con raddoppiato orgoglio nazionale, si sprofondavano di nuovo nella lettura.
Sonnecchiai per una mezz'ora, poi fui svegliato da un forte brivido di freddo, che mi corse per tutta la persona. Decisamente, era bene che me ne tornassi subito a casa. Ma in quel momento la mia attenzione fu attratta da una scena muta che si svolgeva nel locale. Ho già detto che il vecchio, dopo essersi seduto, fissava abitualmente lo sguardo su qualche punto, e non ne staccava più gli occhi per tutta la sera.
Succedeva anche a me di cadere sotto quello sguardo, privo di senso, ostinato e tale che non poteva percepire nulla: la sensazione che provavo era sgradevolissima, anzi insopportabile, e, di solito, mi affrettavo, in quei casi, a cambiar posto. Quella volta la vittima del vecchio era un piccolo, tondo e molto accurato tedesco, dal colletto rigidamente inamidato e molto alto, e dal viso eccessivamente rosso; era un avventore venuto da Riga, un certo Adamo Ivanovitc Schulz, mercante, come seppi più tardi, un intimo amico di Miller, che non conosceva, però, il vecchio, né molti tra i presenti. Si beava nella lettura del "Dorfbarbier" e centellinava con piacere un "ponce"; a un tratto, avendo alzato un momento la testa, notò, fisso su di sé, l'immobile sguardo del vecchio. Ne rimase turbato. Adamo Ivanovitc era un uomo molto suscettibile e piuttosto irascibile, come sono, in generale, tutti i "nobili" tedeschi. Gli sembrò strano e offensivo quell'essere esaminato in modo tanto insistente e indiscreto, e, con indignazione a stento repressa, distolse lo sguardo da quel vecchio così poco delicato, brontolò qualche cosa tra sé e si nascose silenziosamente dietro il giornale. Ma non resistette, e, trascorsi due minuti, gettò un'occhiata di sopra al giornale: lo stesso sguardo fisso, lo stesso assurdo esame. Adamo Ivanovitc non disse nulla neppure allora. Ma quando, per la terza volta, dovette fare la stessa constatazione, si sentì punto nel vivo e ritenne suo obbligo difendere la propria dignità e non lasciar umiliare davanti a un pubblico eletto la bellissima città di Riga, di cui, evidentemente, si considerava il rappresentante tra noi. Gettò con gesto impaziente il giornale sulla tavola, battendo energicamente con la stecca cui esso era fissato, e, tutto rosso per l'offesa recata alla propria dignità e per il "ponce" bevuto, fissò a sua volta il vecchio indiscreto con i suoi occhietti infiammati. Sembrava che quei due, il vecchio e il tedesco, volessero vincersi a vicenda con la forza magnetica dei loro sguardi, e aspettassero per stabilire chi di loro sarebbe stato il primo a turbarsi e avrebbe abbassato gli occhi. Il rumore della stecca del giornale e lo strano atteggiamento di Adamo Ivanovitc attirarono l'attenzione di tutti i presenti. Tutti si distolsero da quanto li aveva occupati fino allora e, con una curiosità grave e silenziosa, cominciarono a osservare i due avversari. La scena diventava oltremodo comica. Il magnetismo degli occhietti provocanti e rossi di Adamo Ivanovitc non servì a nulla, però. Il vecchio, senza badare a checchessia, continuava a fissare Adamo Ivanovitc, ormai infuriato, e non si accorgeva d'essere il centro della curiosità generale, come se la testa sulla luna e non sulla terra. Alla fine, la pazienza del signor Schulz non resistette più, ed egli proruppe:
- Perché mi fissate così attentamente? - gridò in tedesco, con voce brusca e acuta, e con aria minacciosa.
Ma il suo avversario continuava a tacere, come se non avesse sentito o non avesse compreso la domanda. Adamo Ivanovitc si decise a servirsi della lingua russa.
- Io voi domandare perché voi esaminare me con così attenzione? - gridò con furia raddoppiata. - Me conoscere alla Corte e voi non conoscere alla Corte! - aggiunse balzando dalla sedia.
Ma il vecchio non si mosse nemmeno. Tra i tedeschi passò un mormorio d'indignazione. Miller in persona, attratto dallo strepito, entrò nella sala. Venuto a conoscenza delle cose, pensò che il vecchio doveva essere sordo e si chinò al suo orecchio:
- Signor Schulz domandare a voi cortesemente di non esaminare lui, - diss'egli quanto più poteva ad alta voce, guardando lo strano individuo.
Il vecchio gettò macchinalmente uno sguardo su Miller, e, ad un tratto, sul suo viso, fino a quel momento immobile, si manifestò la presenza di un pensiero ansioso, di una certa inquietudine. Si turbò, si chinò gemendo verso il suo cappello, lo afferrò insieme al bastone si alzò dalla sedia e, con un pietoso sorriso, umile sorriso di un povero scacciato da un posto occupato per errore, fece per uscire dal locale. In quella premura, umile e rassegnata, del misero vecchio decrepito, c'era qualche cosa che ispirava tanta compassione, da far stringere il cuore nel petto, sì che tutti i presenti, cominciando da Adamo Ivanovitc, cambiarono subito modo di considerare la faccenda.
Era chiaro che il vecchio non solo non poteva voler offendere alcuno, ma sapeva perfettamente di poter essere scacciato da qualunque luogo, come un mendicante.
Miller era un uomo compassionevole e buono.
- No, no, - disse, battendo amichevolmente il vecchio sulla spalla, - rimanere a sedere. Soltanto, signor Schulz pregare gentilmente voi non guardare lui. Egli è conosciuto alla Corte.
Ma il vecchio non capì nemmeno questa volta; si turbò ancor più, si chinò per raccogliere il fazzoletto caduto dal cappello, un vecchio fazzoletto azzurro, tutto bucato, e cominciò a chiamare il cane, che giaceva immobile sul pavimento,ed evidentemente dormiva profondamente, col muso nascosto tra le zampe anteriori.
- Asorka! Asorka! - biascicò il vecchio con tremante voce senile. - Asorka!
Ma Asorka non si mosse.
- Asorka! Asorka! - ripeté con angoscia, e toccò il cane col bastone; ma la bestia rimase nella posizione di prima.
Il bastone sfuggì di mano al poveretto. Egli si chinò, s'inginocchiò, e con ambo le mani sollevò la testa di Asorka. Povero Asorka! Era morto! Era morto silenziosamente, ai piedi del suo padrone, forse per vecchiaia, forse per fame. Il vecchio lo guardò per circa un minuto, smarrito, come se non si rendesse conto che Asorka era già morto; poi si chinò lentamente su quel che era stato suo amico e suo servo, e strinse il muso del cane morto contro il suo pallido viso. Passò un minuto di silenzio. Eravamo tutti commossi... Finalmente, il disgraziato si alzò. Era terribilmente pallido e tremava come una foglia.
- Si può fare ''impallo'' - suggerì il compassionevole Miller, cercando in tal modo di consolare il vecchio ("impallo" significava "far impagliare"). - Si può fare benissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc Kriger fare bellissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc essere un grande artista per fare "impalli", - ripeteva Miller, raccogliendo da terra il bastone e tendendolo al vecchio.
- Sì, io fare bellissimo "impallo", - approvò modestamente lo stesso "herr" Kriger, facendosi avanti.
Era un lungo, magro e virtuoso tedesco, dai capelli rossicci, a ciuffi, e con grandi occhiali su un naso incurvato.
- Teodoro Karlovitc Kriger aver un grande talento per fare tutti magnifici "impalli", - aggiunse Miller, lasciandosi sempre più entusiasmare dalla propria idea.
- Sì, io avere un grande talento per fare magnifici "impalli", - confermò ancora il signor Kriger; - e io fare gratuitamente a voi un "impallo" di vostro cagnolino, - aggiunse, spinto da una magnanima abnegazione.
- No, io vi pagare per "impallo"! - gridò fuori di sé Adamo Ivanovitc, più rosso di prima, a sua volta invaso da sentimenti generosi, e considerandosi ingiustamente causa della disgrazia.
Il vecchio ascoltava ogni cosa, evidentemente senza capire nulla, e continuava a tremare dalla testa ai piedi.
- Aspettate! Voi bere un bicchierino di buon cognac! - esclamò Miller, vedendo che il misterioso frequentatore stava per uscire.
Servirono il cognac. Il vecchio prese macchinalmente il bicchierino, ma le mani gli tremavano, e prima che l'avesse portato alla bocca, metà del liquore si era sparso per terra; poi, senza averne bevuto neppure una goccia, rimise il bicchierino sul vassoio. Dopo di che, con un sorriso strano, che stonava assolutamente con le circostanze, uscì dalla pasticceria con passo affrettato e inuguale, lasciando Asorka sul posto. Tutti rimasero stupiti; risuonarono delle esclamazioni:
- "Schwernat! Was für eine Geschiecht!" [Perdinci! Che storia!] - dicevano i tedeschi, guardandosi a vicenda con occhi spalancati.
Io, invece, mi slanciai all'inseguimento del vecchio. A pochi passi dalla pasticceria, a destra, s'apre un vicolo stretto e scuro, rinchiuso tra due file di case enormi. Una voce interna mi suggerì che il vecchio doveva essersi diretto da quella parte. La seconda casa di quel vicolo era in costruzione e quindi tutta rivestita di impalcature. Lo steccato che circondava la casa si spingeva fin quasi in mezzo al vicolo; presso lo steccato, c'era un marciapiede in legno, fatto appositamente per i passanti, Nell'angolo scuro, formato dallo steccato e dalla casa stessa, trovai il mio vecchio. Era seduto sulle assi del marciapiede, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia, e sosteneva la testa con ambo le mani. Gli sedetti accanto:
- Sentite, - gli dissi imbarazzato, non sapendo neanch'io come cominciare il discorso, - non vi rattristate per Asorka. Venite, che vi porto a casa in carrozza. Calmatevi. Vado subito a cercare una vettura di piazza. Dove abitate?
Il vecchio non mi rispose. Non sapevo che decisione prendere, Non c'erano altri passanti. A un tratto, egli mi afferrò per la mano:
- Soffoco, - disse con voce appena percettibile e rauca; - soffoco!
- Andiamo a casa vostra! - esclamai alzandomi e cercando di sollevarlo. - Berrete un bicchiere di tè e andrete immediatamente a letto. Chiamo subito una vettura di piazza.. Faccio venire il dottore... ne conosco uno...
Non ricordo più che altro gli dissi. Egli fece per alzarsi, ma, sollevatosi un poco, ricadde per terra e cominciò di nuovo a balbettare qualche cosa, con voce rauca e soffocata. Mi chinai su di lui per ascoltare.
- Nell'Isola Vassiljevski, - diceva il vecchio, - la sesta linea... la se-sta... li-nea...
Egli tacque.
- Abitate nell'Isola Vassiljevski? Ma allora avete sbagliato strada, dovevate voltare a sinistra e non a destra. Vi ci porto subito...
Il vecchio non si muoveva. Gli presi la mano, ed essa ricadde come se fosse morta. Lo guardai in viso, lo toccai... era morto. Mi pareva che tutto ciò fosse un sogno.
Quell'avvenimento mi costò molti disturbi, attendendo ai quali la febbre mi passò da sé. L'appartamento del vecchio fu scoperto. Non abitava nell'Isola Vassiljevski, ma a due passi dal punto dov'era morto, nella casa di un certo Klughen, al quinto piano, proprio sotto il tetto, in un appartamentino separato, che consisteva in una minuscola anticamera e in una vasta stanza molto bassa, con tre fessure al posto di finestre. Colà aveva vissuto in assoluta miseria.
L'arredamento della camera consisteva in una tavola, due sedie e un vecchio divano logoro, duro come una pietra, con l'imbottitura che sfuggiva da tutte le parti; tuttavia, come si seppe dopo, anche quel misero mobilio apparteneva al padrone della casa.
La stufa lasciava capir chiaramente di non essere stata accesa da tempo; non scoprimmo nemmeno tracce di candele. Ora credo sul serio che il vecchio avesse escogitato quel sistema di recarsi da Miller unicamente per desiderio di riscaldarsi un poco e di stare in un ambiente illuminato.
Sulla tavola si trovarono un orcio d'argilla vuoto e una vecchia crosta di pane. Non fu trovato nemmeno una copeca. Non c'era neppure un capo di biancheria di ricambio; qualcuno offrì una camicia per indossarla al cadavere, prima di metterlo nella bara. Era chiaro che non poteva essere vissuto solo in tal modo, e che, almeno di tanto in tanto, qualcuno doveva andare a trovarlo. Nel cassetto della tavola fu trovato il suo passaporto. Il defunto era straniero di nascita, ma suddito russo; era un certo Geremia Smith, di settantotto anni, macchinista. Sulla tavola giacevano due libri: un manuale di geografia e il Nuovo Testamento, tradotto in russo, con numerose annotazioni a matita sui margini e con segni fatti con l'unghia. Quei libri furono acquistati da me.
Furono interrogati il padrone di casa e altri inquilini, ma nessuno seppe dir nulla sul conto del defunto. Gli inquilini di quella casa erano numerosissimi, per la maggior parte artigiani e tedesche, che subaffittavano camere dei loro appartamenti, con servizio e pensione.
Il gerente della casa, di provenienza nobile, non poté dir nulla sul suo ex-inquilino, se non che il prezzo d'affitto era di sei rubli al mese, che il defunto era venuto ad abitare l'appartamentino quattro mesi prima, e che per i due ultimi mesi non aveva pagato l'affitto, di modo che si vedevano costretti a procedere allo sfratto. Alla domanda se qualcuno veniva a trovarlo, non si ebbe una risposta soddisfacente.
La casa era grande, una vera arca di Noè e la gente che vi andava e veniva era molta. Non era possibile ricordarsi di tutti. Il portinaio, che stava nella casa da quasi cinque anni, avrebbe certo potuto dare qualche schiarimento, ma da due settimane era andato in vacanza al suo paese nativo, lasciando, per il tempo in cui sarebbe stato via, il posto ad un nipote, un giovanotto che non aveva ancora avuto tempo di conoscere personalmente tutti gli inquilini.
Non posso dire con sicurezza come andarono a finire tutte quelle indagini, ma il vecchio fu finalmente seppellito. In quei giorni, per quanto preso da diverse faccende, mi ero recato nell'Isola Vassiljevski, nella sesta linea, e solo quando fui là risi di me stesso: infatti, che cosa credevo di vedere nella sesta linea, tranne le solite due file di case? «Ma allora», pensai, «perché il vecchio, prima di morire, mi parlò della sesta linea nell'Isola Vassiljevski?
Che sia stato il delirio?».
Visitai l'appartamento di Smith, e mi piacque. Lo presi per me.
L'importante era che aveva una stanza vastissima, sebbene tanto bassa, che, nei primi tempi, temevo continuamente di dar la testa contro il soffitto. Del resto, mi ci abituai in breve. Per il prezzo di sei rubli al mese, non era nemmeno possibile sognare alcunché di meglio.
Fui sedotto dall'idea di avere un appartamento tutto mio; adesso era necessario che pensassi a trovare una donna di servizio, poiché era impossibile farne a meno. Nei primi tempi doveva venir da me il portinaio, secondo la sua promessa, almeno una volta al giorno, per qualche servizio indispensabile.
«Chissà», pensavo; «può darsi che qualcuno venga a chiedere del vecchio!».
Tuttavia, erano ormai trascorsi cinque giorni dalla sua morte e nessuno era venuto a informarsi di lui.
CAPITOLO 2
In quel tempo, cioè un anno fa, io collaboravo ancora a diverse riviste, scrivendo articoli, e avevo una fede incrollabile nella sorte che mi avrebbe permesso di scrivere qualche opera bella e voluminosa.
Stavo allora lavorando intorno a un lungo romanzo, ma disgraziatamente le cose si svolsero in modo diverso da quello che avevo pensato, ed eccomi all'ospedale, ad aspettare la morte che probabilmente non tarderà a giungere. Ma se tra poco dovrò morire, a che serve scrivere questi miei ricordi?
I ricordi di questo ultimo e penoso anno di vita mi si affollano spontanei alla memoria: voglio prenderne nota e del resto, se non avessi escogitato questa occupazione, certo a quest'ora sarei già morto di tedio e d'angoscia. Tutte quelle impressioni passate mi agitano talvolta dolorosamente, mi torturano. Sotto la penna esse acquisteranno un carattere più calmo, più regolato; somiglieranno meno a un delirio, a un sogno pieno di incubi. Così, almeno, mi sembra. Il meccanismo stesso dell'atto di scrivere ha il suo valore; esso mi calmerà, sveglierà in me le abitudini di una volta, abitudini di scrittore, trasformerà i miei ricordi e i miei sogni morbosi in un'occupazione che non ha nulla di riprovevole, in un lavoro... Sì, l'ho pensata bene!
Inoltre, lascerò così un'eredità all'infermiere; potrà tagliare la mia opera in strisce e incollarle sopra le fessure delle finestre, quando metteranno le doppie invetriate per l'inverno.
Ma, non so perché, ho cominciato il mio racconto dalla metà. Se devo scrivere tutto, bisogna che incominci dal principio. Benissimo, comincio dunque dal principio. Tanto più che la mia autobiografia non sarà lunga.
Non sono nato a Pietroburgo, ma lontano di qui, nella provincia di ...ska. I miei genitori devono essere stati brava gente, così, almeno, io credo, ma morirono lasciandomi orfano nella più tenera età, ed io crebbi in casa di Nicola Serghejevitc Ikmenev, un piccolo possidente, che mi raccolse per compassione. Non aveva che una figlia, Natascia, una bambina di tre anni più giovane di me. Crescevamo insieme come fratello e sorella.
Oh, mia cara infanzia! E' molto sciocco rimpiangerti e aver nostalgia di te, ora che ho venticinque anni e sto per morire; tu sei rimasta l'unico ricordo bello della mia vita, ricordo cui ritorno con entusiasmo e con gratitudine! In quei tempi, il sole, nel cielo, era così smagliante, così diverso da quello che spunta a Pietroburgo! e quanto lietamente battevano i nostri cuoricini!
Allora eravamo circondati da campi e boschi, e non da mucchi di pietre, come adesso. Che splendido giardino, che parco stupendo erano nella proprietà "Vassiljevskoje", di cui Nicola Serghejevitc era intendente; in quel giardino andavo a passeggiare con Natascia, e dietro al giardino cominciava il vasto e umido bosco, in cui ci smarrimmo, una volta, da bambini... Ah, bel tempo d'oro! La vita cominciava a svelarsi misteriosa e attraente, ed era un godimento conoscerla a poco a poco. Allora, dietro a ogni albero, a ogni cespuglio, sembrava abitasse qualche misterioso essere a noi ignoto; il mondo delle fiabe si confondeva col mondo reale; e quando nelle valli profonde si addensava la nebbia del tramonto e si aggrappava con grigi fiocchi sinuanti alle boscaglie che rivestivano i ripidi pendii pietrosi del nostro profondo burrone, io e Natascia, stando sull'orlo e tenendoci per mano, guardavamo nel fondo con paurosa curiosità, aspettando che qualcuno ne uscisse o ci rispondesse dalla nube della densa nebbia, e che le fiabe della vecchia balia si trasformassero così in realtà autentica e naturale.
Una volta, molto tempo dopo, ricordai a Natascia come un bel giorno ci procurarono "La lettura infantile", come subito corremmo in giardino, verso il laghetto, dove si trovava, sotto un vecchio acero ombroso, la nostra preferita panchetta verde; vi sedemmo e cominciammo immediatamente a leggere "Alfonso e Dalinda", una novella fantastica.
Oggi ancora non posso ricordarmi di questa novella, senza che il mio cuore ne senta un palpito strano, e quando, un anno fa, ricordai a Natascia le due prime righe: «Alfonso, l'eroe della mia novella, nacque nel Portogallo; don Ramiro, suo padre, eccetera», mancò poco che non scoppiassi in pianto. Dovevo avere, in quel momento, un'aria molto sciocca, e fu evidentemente per questo che Natascia sorrise allora scorgendo il mio entusiasmo. Del resto, si riprese subito (me lo ricordo perfettamente), e per consolarmi, cominciò anche lei a evocare ricordi del passato. A poco a poco si sentì commuovere lei pure. Che deliziosa serata fu quella! rievocammo tutti i nostri ricordi: come mi mandarono in città per studiare in un collegio (Dio, come aveva pianto allora!) e la nostra ultima separazione, quando abbandonai per sempre "Vassiljevskoje". Avevo terminato gli studi nel collegio e mi recavo a Pietroburgo per prepararmi agli esami d'ammissione all'università. Avevo allora diciotto anni, ed ella ne aveva quindici. Natascia mi disse poi che in quei tempi ero talmente goffo e allampanato, e avevo un'aria così buffa, che non si poteva vedermi senza ridere. Nel momento della separazione io la trassi in disparte, per comunicarle qualche cosa di estremamente importante; ma la lingua mi si ammutolì di colpo. Ella ricordava che allora ero molto confuso e agitato. Va da sé che non cominciai nemmeno a parlare. Non sapevo che dire, ed ella, forse, non mi avrebbe neppure capito. Non feci che prorompere in un amaro pianto e partii senza aver detto nulla. Ci ritrovammo soltanto dopo molti anni a Pietroburgo. Il vecchio Ikmenev era venuto qui per sostenere una causa, ed io mi ero da poco dedicato alla letteratura.
CAPITOLO 3
Nicola Serghejevitc proveniva da una nobile famiglia decaduta da tempo. Nondimeno, i genitori gli avevano lasciato una buona tenuta di centocinquanta anime. A circa vent'anni era entrato nel reggimento degli ussari. Le cose procedevano pacificamente,quando improvvisamente, dopo sei anni di servizio, gli successe, una brutta sera, di perdere alle carte tutto il suo patrimonio. Non aveva chiuso occhio tutta la notte. La sera dopo, tornò alla tavola da gioco e puntò l'unica cosa che possedesse ancora, il cavallo. Vinse una prima, una seconda, una terza e una quarta volta, e in una mezz'ora di tempo riuscì a riguadagnare una delle sue tenute, il villaggio Ikmenevka, che, secondo l'ultimo censimento, contava cinquanta anime. Allora smise di giocare e il giorno dopo diede le dimissioni. Le altre cento anime erano perse irrevocabilmente. Le dimissioni furono accettate, e due mesi dopo egli partiva per la sua proprietà, col grado di tenente a riposo. In vita sua, non volle mai più fare allusione a quella perdita, e nonostante tutta la sua bonarietà, si sarebbe bisticciato con chiunque si fosse permesso di ricordargliela. In campagna si occupò con zelo dell'amministrazione dei suoi beni e a trentacinque anni sposò una fanciulla povera, ma di nobile casato, Anna Andrejevna Sciumilova; la ragazza non aveva nessuna dote, aveva tuttavia ricevuto una buona istruzione nel capoluogo della provincia, in un collegio per fanciulle nobili, sotto la guida di un'emigrata, la signora Mont- Revêche; Anna Andrejevna ne rimase orgogliosa per tutta la vita, benché nessuno avesse mai potuto stabilire in che cosa fosse consistita quell'istruzione. Nicola Serghejevitc era diventato un ottimo amministratore. I proprietari vicini andavano a chiedergli consiglio in ogni cosa. Passarono alcuni anni ancora, quando, improvvisamente, giunse da Pietroburgo nella vicina proprietà detta "Vassiljevskoje", che contava novecento anime, il suo proprietario, il principe Pietro Alessandrovitc Valkovski. Il suo arrivo produsse una forte impressione in tutto il paese. Il principe era ancor giovane, senza più essere un giovanotto; aveva un alto grado e molte relazioni importanti; era bello, ricco, e con tutto ciò, era vedovo, fatto che raddoppiò l'interessamento per lui di tutte le signore e le signorine del distretto. Si parlava della brillante accoglienza fattagli nel capoluogo della provincia dal governatore, di cui era un lontano parente; dell'impressione prodotta sulle signore della città, che «avevano perduto la testa per le sue cortesie», e così via. Insomma era uno dei più brillanti rappresentanti dell'alta società della capitale, quali ne capitano solo di rado in provincia, e capitandovi, producono un effetto straordinario.
Il principe, invece, non era per nulla affabile, soprattutto con coloro di cui non aveva bisogno, e che considerava inferiori a sé. Non ritenne necessario far conoscenza coi vicini, procacciandosi con ciò, subito, un gran numero di nemici. Per questo, tanto più grande fu la meraviglia di tutti quando gli venne l'idea di fare una visita a Nicola Serghejevitc Ikmenev. Vero è che Nicola Serghejevitc era uno dei suoi vicini più prossimi.
Il principe produsse una forte impressione in casa Ikmenev. Seppe fin dal primo istante affascinarli entrambi; Anna Andrejevna specialmente ne parlava con esultanza. Poco dopo, egli cominciò a frequentare i coniugi da buon amico, recandosi da loro ogni giorno e invitandoli continuamente a casa sua; era arguto, chiacchierava, raccontava aneddoti, suonava sul loro mediocre pianoforte. Gli Ikmenev s'indignavano quando sentivano tutti i vicini affermare che quel caro e simpaticissimo uomo era orgoglioso, altero, egoista, senza cuore.
Bisogna credere che al principe fosse veramente piaciuto Nicola Serghejevitc, uomo semplice, dritto, leale, disinteressato. Del resto, la spiegazione non tardò a manifestarsi. Il principe era giunto nella sua proprietà per scacciarne l'intendente, un tedesco corrotto, un agronomo, uomo dotato di venerabili canizie, di occhiali e di un naso incurvato, il quale, con tutte queste prerogative, rubava senza coscienza né misura alcuna, e inoltre torturava i contadini. Ivan Karlovitc, colto finalmente in fallo, era rimasto molto offeso, aveva fatto un lungo discorso sull'onestà dei tedeschi, ma, ciò nonostante, era stato scacciato, persino con un certo disonore. Al principe occorreva un intendente, e la sua scelta cadde su Nicola Serghejevitc, un amministratore perfetto e l'uomo più onesto del mondo, cosa sulla quale non potevano esserci dubbi di sorta. Va da sé che il principe avrebbe preferito moltissimo che Nicola Serghejevitc gli offrisse egli stesso i propri servigi; ma ciò non avvenne, e un bel giorno il principe dovette fare l'offerta per il primo, sotto forma di un'amichevole ed umile domanda. A tutta prima, Ikmenev rifiutò, ma il considerevole stipendio tentò Anna Andrejevna, e le raddoppiate gentilezze del principe fecero sciogliere tutti i dubbi. Il principe aveva raggiunto il suo scopo. C'era da pensare che fosse un profondo conoscitore degli uomini. Nel corso della sua breve conoscenza con Ikmenev, aveva perfettamente compreso con chi aveva da fare, e aveva pure capito che bisognava guadagnarsi l'Ikmenev con un contegno amichevole e cordiale, cattivarne il cuore, e che il solo denaro non avrebbe potuto fargli raggiungere il proprio intento. Gli occorreva un intendente di cui potersi fidare ciecamente e per sempre, onde non dover più tornare a "Vassiljevskoje", come appunto contava di fare. Il fascino che aveva esercitato su Ikmenev fu tale, che questi credette sinceramente nell'amicizia del principe.
Nicola Serghejevitc era uno di quegli uomini buonissimi e ingenuamente romantici, che sono tanto affascinanti da noi in Russia, qualunque cosa se ne dica, i quali quando si affezionano a qualcuno (senza saperne il perché), si danno con tutta l'anima, spingendo qualche volta il loro sentimento fino al ridicolo.
Passarono molti anni. La proprietà del principe era in uno stato fiorente. Le relazioni tra il proprietario di "Vassiljevskoje" e il suo intendente si svolgevano senza il minimo dissapore da ambo le parti, limitandosi a una fredda corrispondenza d'affari. Il principe, senza immischiarsi nelle disposizioni di Nicola Serghejevitc, gli dava talvolta consigli che stupivano Ikmenev per il loro spirito pratico e per il reale buonsenso che li informava. Si vedeva che, non solo gli spiacevano le spese superflue, ma anzi sapeva trarre profitto da ogni cosa. Circa cinque anni dopo la sua visita a "Vassiljevskoje", egli mandò a Nicola Serghejevitc una procura per l'acquisto di un'altra bellissima proprietà, di quattrocento anime, nella stessa provincia.
Nicola Serghejevitc ne rimase entusiasta; prendeva a cuore i successi del principe, le voci che correvano sulla sua fortuna, sui suoi progressi, come se si trattasse di un proprio fratello. Ma l'entusiasmo di Ikmenev giunse al più alto grado, quando il principe, in un caso speciale, gli diede altre dimostrazioni della sua illimitata fiducia. Ecco come si erano svolte le cose...
A questo punto, però, ritengo utile accennare ad alcuni particolari della vita di quel principe Valkovski, che è uno dei principali protagonisti del mio racconto.
CAPITOLO 4
Dissi già che il principe era vedovo. Si era sposato nella prima gioventù per interesse. Dai genitori, che avevano sperperato tutta la fortuna della famiglia a Mosca, non aveva ereditato quasi nulla.
"Vassiljevskoje" era gravato di ipoteche, i debiti che pesavano su di esso erano enormi. Il ventiduenne principe, costretto ad accettare un impiego in qualche cancelleria, non aveva una copeca ed entrava nella vita come un «pezzente rampollo di un'antica famiglia». Il matrimonio con una matura figlia di un negoziante lo salvò. Va da sé che il suocero lo aveva ingannato sulla entità della dote, nondimeno il denaro portato dalla moglie fu sufficiente per riscattare la proprietà nativa e rimettersi in carreggiata. La figlia del negoziante, che il principe aveva fatta sua moglie, sapeva scrivere appena appena, non sapeva mettere insieme due parole, era bruttissima: ma possedeva due grandi qualità: era buona e mite. Il principe ne approfittò abilmente:
dopo un anno di matrimonio, lasciò la moglie, che nel frattempo aveva dato alla luce un figlio, alle cure del suocero, a Mosca, e se ne andò a servire nella provincia di ...ska, dove, con la protezione di un parente altolocato, che abitava a Pietroburgo, si era procurato un posto discretamente importante. Il suo spirito bramava decorazioni, onori; egli aspirava a una bella carriera, e avendo giudicato che con una moglie come la sua non poteva vivere né a Mosca né a Pietroburgo, si era deciso, in attesa di tempi migliori, a cominciare la carriera in provincia. Si diceva che già fin dal primo anno del loro matrimonio fosse mancato poco che la giovane sposa morisse, in seguito ai brutali maltrattamenti fattile subire dal marito. Simili voci avevano sempre provocato l'indignazione di Nicola Serghejevitc, che prendeva con ardore la difesa del principe, affermando che questi non era capace di un'azione ignobile.
Dopo sette anni di matrimonio, la principessa finalmente morì, e il marito, rimasto vedovo, si trasferì immediatamente a Pietroburgo, dove la sua presenza suscitò persino un certo interesse. Giovane ancora, straordinariamente bello, proprietario di un notevole patrimonio, dotato di tante qualità brillanti, di un indiscutibile spirito, di buon gusto, di allegria inesauribile, egli si presentò non come uno che cerca fortuna e protezione, ma come uomo piuttosto indipendente.
Si affermava che aveva realmente in sé un non so che di affascinante, di avvincente, di forte. Piaceva molto alle donne, e le sue relazioni con una delle più belle signore del mondo aristocratico gli procurarono una fama scandalosa. Egli sperperava il denaro, senza contarlo, a dispetto del suo carattere parsimonioso, che giungeva all'avarizia, perdeva al gioco, quando ciò gli pareva opportuno, e sborsava somme, anche molto rilevanti, senza fare una smorfia.
Ma non certo per divertirsi era venuto a Pietroburgo: gli occorreva mettersi una volta per sempre su una buona via e consolidare la propria carriera. E vi riuscì. Il conte Nainski, il parente altolocato, che non gli avrebbe prestato la minima attenzione se fosse giunto da lui come un semplice sollecitatore, stupito dai suoi successi in società, trovò possibile e conveniente dimostrargli un interessamento tutto speciale, e si degnò persino di prendere in casa propria il settenne figlio del principe, onde provvedere alla sua educazione.
Appunto a questi tempi risalivano la visita del principe a "Vassiljevskoje" e l'inizio delle sue relazioni amichevoli con Ikmenev. Finalmente, avendo, grazie all'interessamento del conte, raggiunto una bella posizione presso una delle più importanti ambasciate, egli partì per l'estero. Da allora, le voci che correvano sul suo conto furono piuttosto oscure: si parlava di un'avventura spiacevolissima che aveva avuta all'estero, senza che nessuno potesse spiegare in che cosa consistesse. Si sapeva unicamente che, nel frattempo, era riuscito a comperare un'altra proprietà di quattrocento anime, cosa di cui abbiamo già fatto parola. Tornò dall'estero molti anni dopo, con un alto grado, e ottenne immediatamente un posto molto importante a Pietroburgo. A Ikmenevka giunse la voce che il principe doveva passare a seconde nozze, imparentandosi in tal modo con una nobilissima famiglia, estremamente ricca e potente. «Mira a diventare un dignitario!», diceva Nicola Serghejevitc, fregandosi le mani tutto contento.
Io studiavo, a quel tempo, all'Università di Pietroburgo, e ricordo di aver ricevuto una lettera da Ikmenev, appunto a questo proposito; m'incaricava di verificare se le voci riguardanti il matrimonio erano esatte. Egli scrisse pure al principe, chiedendogli la sua protezione per me, ma il principe lasciò quella lettera senza risposta. Io sapevo soltanto che suo figlio, il quale aveva ricevuto la prima educazione in casa del conte e poi al liceo, aveva terminato allora gli studi, a diciannove anni. L'avevo comunicato agli Ikmenev, come pure la notizia che il principe voleva molto bene al figlio, lo viziava assai, preoccupandosi già fin d'allora del suo avvenire. Queste informazioni le avevo avute da altri studenti, compagni del giovane principe.
Proprio in quei tempi, Nicola Serghejevitc ricevette dal principe una lettera che lo stupì non poco.
Il principe, che, fino a quel momento, come già dissi, si era limitato, nei suoi rapporti con Nicola Serghejevitc, a una rigida corrispondenza d'affari, gli scriveva ora in modo più sincero, amichevole e particolareggiato delle sue faccende di famiglia: si lagnava del figlio, scriveva che questi gli dava molti dispiaceri con la sua cattiva condotta; che certo le birichinate d'un ragazzo così giovane non potevano essere considerate come cose veramente gravi (cercava, evidentemente, di discolpare il figlio), ma nondimeno aveva deciso di infliggere al giovane una punizione, facendogli un po' paura, e precisamente di mandarlo in esilio in campagna, sotto la sorveglianza di Ikmenev. Il principe scriveva che si affidava completamente al suo «buonissimo e lealissimo Nicola Serghejevitc, e soprattutto ad Anna Andrejevna», pregando entrambi di accogliere il discolo nella loro famiglia, di fargli intendere ragione nella solitudine campestre, di volergli un po' bene, se era possibile, e soprattutto di cercar di correggerne il carattere frivolo e «suggerirgli regole severe e salutari, tanto necessarie nella vita umana».
Il vecchio Ikmenev, naturalmente, si mise all'opera con entusiasmo.
Quando, poco dopo, il giovane principe comparve, fu accolto nella famiglia come un figliolo. Nicola Serghejevitc si affezionò a lui e l'amò non meno di Natascia; anche dopo, quando, già era intervenuta una completa rottura dei rapporti tra il principe padre e Ikmenev, il vecchio ricordava talvolta con spirito allegro il suo Alioscia, come aveva preso l'abitudine di chiamare il giovane principe Alessio Petrovitc.
In verità, questi era un giovane simpaticissimo: bellissimo d'aspetto, debole di carattere e nervoso come una donna, ma allegro e sincero, con un'anima franca e capace dei più nobili sentimenti; con un cuore pieno di amorevolezza, leale e riconoscente, e presto diventò l'idolo di casa Ikmenev. Malgrado i suoi diciannove anni, era un vero fanciullo. Era difficile immaginare per quale colpa il padre l'avesse mandato in esilio, pur amandolo profondamente, secondo quanto si diceva. Si raccontava che il giovane vivesse a Pietroburgo in pieno ozio, che si comportasse in modo frivolo, rifiutando di assumere un impiego, con grande afflizione di suo padre. Nicola Serghejevitc non interrogò mai Alioscia a questo proposito, visto che il principe Pietro Alessandrovitc aveva taciuto nella sua lettera la vera ragione dell'esilio del figliolo.
Correva voce, a ogni modo, di un'imperdonabile leggerezza di Alioscia, di una sua relazione con una certa signora, una sfida a duello, una favolosa perdita al gioco; si parlava persino di danari altrui sperperati dal giovane. Si mormorava pure che il principe avesse preso la decisione di allontanare il figlio, non per una vera e propria colpa di quest'ultimo, ma in seguito a certe considerazioni d'indole puramente egoistica. Nicola Serghejevitc respingeva indignato una simile supposizione tanto più che Alioscia voleva molto bene al padre, dal quale era vissuto lontano per tutta l'infanzia e l'adolescenza; ne parlava con entusiasmo e calore; si vedeva che era completamente sotto l'influenza di lui. Alioscia accennava pure, qualche volta, a una certa contessa, cui avevano fatto la corte insieme, lui e suo padre; egli, Alioscia, avrebbe avuto il sopravvento, e il padre si sarebbe molto adirato. Il giovane raccontava questa storia sempre con grande entusiasmo, con infantile semplicità, accompagnandola con allegre risate; ma Nicola Serghejevitc lo faceva subito tacere. Egli confermò, inoltre, la decisione presa dal padre di passare a seconde nozze.
Alioscia trascorse così quasi un anno d'esilio, scrivendo al padre, di tanto in tanto, lettere rispettose e piene di buon senso. A poco a poco, prese tal gusto per la vita che conduceva a "Vassiljevskoje", che quando il principe venne anche lui, d'estate, in campagna (del quale suo arrivo avvertì anticipatamente gli Ikmenev), l'esiliato cominciò egli stesso a pregare il padre di lasciarlo il più a lungo possibile a "Vassiljevskoje", assicurando che la vita campestre era proprio quella che ci voleva per lui. Tutte le decisioni e gli infatuamenti di Alioscia provenivano dalla eccessiva impressionabilità nervosa, dal cuore ardente, dalla frivolezza, che talvolta giungeva all'assurdo, dalla straordinaria capacità che aveva di sottomettersi a ogni influenza esterna, come pure da un'assoluta mancanza di volontà.
Ma il principe accolse con diffidenza la preghiera del figlio... In generale, Ikmenev riconosceva a stento il suo «amico» di una volta nel principe Pietro Alessandrovitc, che era molto cambiato. Egli si dimostrò improvvisamente molto esigente verso Nicola Serghejevitc, palesò una rivoltante avidità e un'avarizia da non dirsi nel controllo dei conti della tenuta, nonché una diffidenza davvero inspiegabile.
Tutto ciò afflisse oltremodo il bravo Nicola Serghejevitc, che durava fatica a credere ai propri occhi. Questa volta le cose si svolgevano in modo proprio opposto a quello della prima visita del principe a "Vassiljevskoje", quattordici anni addietro. Questa volta il principe fece conoscenza con tutti i vicini, i più importanti, naturalmente; da Nicola Serghejevitc, invece, non andava più, e in generale lo trattava come un dipendente.
Era accaduto un fatto assolutamente inesplicabile: senza nessuna causa apparente, tra il principe e Nicola Serghejevitc aveva avuto luogo una rottura certo irrimediabile. Furono udite parole irate e offensive, pronunciate tanto dall'uno che dall'altro. Ikmenev si allontanò indignato da "Vassiljevskoje", ma la storia non finì lì.
Improvvisamente, cominciò a correre per tutta la contrada una rivoltante calunnia. Si mormorava che Nicola Serghejevitc, avendo perfettamente compreso il carattere del giovane principe, si fosse proposto di sfruttarne a proprio profitto tutte le cattive qualità; che sua figlia Natascia (che ormai aveva diciassette anni) aveva saputo affascinare il giovanotto ventenne; che il padre e la madre, pur facendo finta di non accorgersi di nulla proteggevano quell'amore; che l'astuta e "viziosa" Natascia era infine riuscita a stregare assolutamente il principe, che per tutto un anno, grazie all'astuzia della ragazza, egli non aveva visto neanche una di quelle fanciulle, veramente nobili, che maturavano tanto numerose nelle rispettabili case dei proprietari vicini. Affermavano, infine, che i due innamorati avevano deciso di farsi dare la benedizione nuziale nella chiesa del villaggio di Grigorievo,lontano quindici verste (1) da "Vassiljevskoje", all'insaputa dei genitori di Natascia, i quali, però, sapevano tutto fin nei più minuti particolari e guidavano la figlia coi loro indegni consigli. Insomma, non basterebbe un intero volume per dar conto di tutti i pettegolezzi che le comari del distretto avevano inventato a proposito di questa storia. Ma il più strano si è che il principe prestò fede a tutte quelle chiacchiere e si recò a "Vassiljevskoje" esclusivamente in seguito a una lettera anonima, mandatagli dalla provincia a Pietroburgo. Certamente, nessuno di coloro che conoscevano Nicola Serghejevitc poteva credere una parola di tutte le calunniose accuse gettategli addosso, e ciò nonostante tutti si agitavano, tutti parlavano a sottintesi, scuotevano la tesa... e pronunciavano parole di irrevocabile condanna.
Ikmenev era, innanzi tutto, troppo orgoglioso per difendere la figlia di fronte alle comari; proibì anzi assolutamente alla sua Anna Andrejevna di prestarsi a qualsiasi spiegazione in materia coi vicini.
Quanto a Natascia, calunniata così indegnamente, ancora un anno dopo non sapeva nulla di tutti quei pettegolezzi: i genitori le avevano con gran cura tenuto nascosto ogni cosa, e lei continuava a essere allegra e innocente come una fanciulla dodicenne.
Intanto la lite si spingeva sempre più avanti. La gente servile non perdeva il tempo. Comparvero accusatori e testimoni, che seppero infine persuadere il principe che l'amministrazione di "Vassiljevskoje", esercita da Nicola Serghejevitc per tanti anni, era ben lontana dal distinguersi per una probità esemplare. Quella gente affermava, tra l'altro, che tre anni prima, in occasione della vendita di un boschetto, Nicola Serghejevitc si era appropriato di dodicimila rubli in argento, atto del quale potevano essere presentate davanti al tribunale le prove più tangibili e legali, tanto più che non aveva avuto nessuna procura da parte del principe per la vendita del boschetto stesso, ma aveva agito di propria iniziativa; secondo gli accusatori, Ikmenev avrebbe cercato di convincere il principe della necessità di vendere il boschetto solo a fatto compiuto, e dichiarato un ricavo molto minore di quello realmente conseguito.
Certamente, tutto ciò non era che calunnia, come fu dimostrato in seguito, ma il principe ci prestò fede, e in presenza di testimoni diede del ladro a Nicola Serghejevitc. Ikmenev non si trattenne e rispose con un'offesa ugualmente grave; ne risultò una scena terribile. Fu immediatamente iniziato un processo. Nicola Serghejevitc, cui mancavano alcuni documenti, e soprattutto mancando di protettori e di esperienza in faccende del genere, cominciò subito con l'avere la peggio. La sua proprietà fu messa sotto sequestro. Il vecchio, irritato, lasciò tutto e decise infine di trasferirsi a Pietroburgo, onde provvedere di persona ad espletare le pratiche utili alla causa, lasciando in provincia, al proprio posto, un avvocato molto esperto. A quanto pare, il principe non tardò molto a comprendere di aver offeso a torto Ikmenev. Quelle reciproche offese, però, erano state talmente gravi, che non era possibile parlare di riconciliazione, e il principe, adirato, faceva ogni sforzo perché la causa si risolvesse a suo profitto, cioè, in sostanza, cercava di togliere al suo ex-intendente l'ultimo pezzo di pane.
CAPITOLO 5
Dunque, gli Ikmenev si erano trasferiti a Pietroburgo. Non mi metterò a descrivere il mio incontro con Natascia dopo un distacco così lungo.
In quei quattro anni non l'avevo mai dimenticata. Certamente neppure io mi rendevo esattamente conto di quale fosse il sentimento col quale la ricordavo; ma quando la rividi, capii subito che la fanciulla mi era destinata dalla sorte. Sul principio, nei primi giorni dopo il loro arrivo, continuava a sembrarmi che si fosse poco sviluppata nel corso di quei quattro anni e che fosse rimasta la stessa bambina che era prima della nostra separazione. Poi, ogni giorno, cominciai a notare in lei qualche cosa di nuovo, di sconosciuto, qualche cosa che mi avesse tenuto fino allora nascosto, allo scopo di celarsi ai miei occhi: e che gaudio per me nell'indovinare ciò che la fanciulla pareva non voler confessarmi della propria anima!
Il vecchio, nei primi tempi dopo essersi trasferito a Pietroburgo, era irascibile e bilioso. I suoi affari andavano male, s'indignava, usciva di sé, era continuamente occupato da documenti e pratiche, e badava poco a noi.
Anna Andrejevna, invece, si sentiva completamente sperduta, e sulle prime non riuscì a raccapezzarsi. Pietroburgo le incuteva paura.
Sospirava e tremava, ricordava con nostalgia continua la vita di prima, la loro Ikmenevka, si lamentava dicendo che ormai Natascia era cresciuta e giunta all'età di sposarsi, e non c'era nessuno che potesse occuparsi di lei; si espandeva in mia presenza in confessioni stranissime, non avendo vicino a sé alcun altro più adatto per ricevere le sue amichevoli confidenze.
Proprio in quel tempo, poco prima del loro arrivo, io avevo terminato il mio primo romanzo, quel romanzo che diede poi inizio alla mia carriera letteraria e che, da quel novizio che ero, non sapevo dove collocare. Dagli Ikmenev non ne avevo fatto parola; essi, invece, per poco non si erano bisticciati con me per il fatto che conducevo una vita oziosa, cioè non avevo e non cercavo di procurarmi un impiego. Il vecchio mi fece persino degli amari rimproveri in tono un poco vivace, s'intende, sempre per i sentimenti paterni che provava nei miei confronti. Io, invece, avevo semplicemente vergogna di confessar loro quali fossero le mie occupazioni. Infatti, come avrei potuto annunciare a bruciapelo che non volevo impiegarmi, ma intendevo scrivere romanzi? Dovevo, dunque, forzatamente, per il momento almeno, ingannarli, assicurandoli che facevo di tutto per trovarmi un impiego, ma che fino allora le mie ricerche non avevano portato a nessun risultato positivo. Ikmenev non aveva tempo di verificare le mie parole. Mi ricordo che un giorno, dopo aver ascoltato i nostri discorsi Natascia mi trasse in disparte con aria misteriosa e cominciò a supplicarmi con le lacrime agli occhi di pensare al mio avvenire, a interrogarmi, a tempestarmi di domande, volendo sapere con precisione di che cosa mi occupassi, e siccome non mi tradii nemmeno con lei, mi fece giurare che non avrei rovinato la mia vita per causa dell'ozio e della pigrizia. Io non le confessai il mio segreto, è vero, eppure avrei dato tutti i lusinghieri giudizi dei critici e del pubblico, che mi furono tributati in seguito, per una sola sua parola d'incoraggiamento per il mio primo romanzo.
Poi, finalmente, venne il giorno in cui il mio romanzo fu pubblicato.
Già prima che avesse veduto la luce, aveva suscitato un certo scalpore nel mondo letterario. Il critico B... , avendo letto il manoscritto, se ne era rallegrato come un bambino. Io, invece, devo confessare che le più grandi gioie procuratemi dalla mia opera non le provai neppure nei primi momenti inebrianti del mio successo, ma quando ancora non avevo letto né fatto vedere ad alcuno il mio manoscritto; e provai in quelle lunghe notti tra estatiche speranze, sogni travolgenti e l'ardente amore per il mio lavoro, quando già mi ero assuefatto alle mie proprie fantasie, ai personaggi che io stesso avevo creato, come se fossero per me veri e cari esseri viventi; li amavo, mi rallegravo e mi rattristavo con loro, e talvolta piangevo, persino, con le lacrime più sincere, sulle avversità d'uno dei miei eroi, troppo semplice di natura.
Non saprei descrivere come furono lieti i miei vecchi per il mio successo, sebbene sulle prime rimanessero oltremodo stupiti! Anna Andrejevna non poteva proprio credere che il nuovo scrittore acclamato da tutti fosse lo stesso Vania che... e così via, e continuava a scuotere la testa. Quanto al vecchio, ci volle del tempo prima che si arrendesse; a tutta prima, alle prime notizie che ne ebbe, rimase persino un po' spaurito; cominciò a parlare della carriera rovinata, della condotta disordinata di tutti gli scrittori in generale. Ma reiterate e nuove voci, annunzi nei giornali e infine alcune parole lodevoli pronunciate a mio riguardo da persone cui egli credeva devotamente, lo costrinsero a cambiare il suo punto di vista. Quando, poi, mi vide a un tratto possessore di somme notevoli e seppe quanto veniva pagato il lavoro letterario, i suoi ultimi dubbi furono dispersi.
Rapido nei passaggi dal dubbio a una fede piena ed entusiastica, capace di rallegrarsi come un bambino per la mia fortuna, egli si abbandonò di colpo alle più fantastiche speranze, ai più abbaglianti sogni sul mio avvenire. Ogni giorno faceva per me nuovi progetti, inventava nuove carriere, e lo sa soltanto Iddio dove non giungessero quei suoi castelli in aria! Cominciò persino a dimostrarmi un rispetto tutto speciale, non mai esistito prima d'allora. E nondimeno, mi ricordo, di tanto in tanto lo assaliva ancora qualche dubbio, e spesso, proprio in mezzo al più estatico fantasticare, rimaneva di nuovo perplesso.
«Uno scrittore, un poeta. E' un po' strano... Ha mai un poeta fatto la carriera, raggiunto un alto grado? Non sono gente seria, posata!» Mi accorsi che dubbi e delicati scrupoli simili lo assalivano, al solito, nelle ore del crepuscolo (come mi sono vivi nella mente tutti i particolari di quel tempo felice!). Al crepuscolo, il nostro vecchio diventava nervoso, impressionabile e sospettoso in modo tutto particolare. Io e Natascia lo sapevamo già e ne sorridevamo in precedenza. Allora mi mettevo a incoraggiarlo, raccontandogli aneddoti sui nostri grandi scrittori, ricordandogli che Sumarokov aveva avuto il grado di generale, che Dersavin aveva ricevuto una tabacchiera piena di ducati, che l'imperatrice aveva fatto a Lomonosov una visita in persona; gli parlai di Puskin e di Gogol.
- Lo so, questo lo so, caro mio - obiettava il vecchio, il quale, probabilmente, sentiva per la prima volta in vita sua simili storie. - Uhm! Se proprio vuoi che te lo dica, Vania, sono nondimeno contento che il tuo pasticcio non sia scritto in versi. I versi, caro mio, sono sciocchezze; non discutere di ciò, credi a me, a un vecchio, che ti vuol bene; sono sciocchezze, una perdita di tempo assolutamente inutile! Un'occupazione per gli scolari; i versi portano voi giovani sulla via del manicomio... Diciamo che Puskin è grande; nessuno potrebbe negarlo! Eppure sono versetti e nient'altro; roba effimera, per così dire... Devo confessare, però, che non ho letto molte delle sue opere... La prosa è una cosa tutta diversa. Uno scrittore, usando la prosa, può anche insegnare, diciamo, per esempio, l'amore alla patria, sottolineare, diciamo, le manifestazioni della virtù... sì.
Non so esprimere bene il mio pensiero, ma tu, caro, mi capisci, lo dico per il bene che ti voglio! Ah! ah! benissimo, leggi, leggicelo un po' - concluse con una certa aria di protezione, quando infine portai il libro e tutti quanti, dopo il tè serale, ci fummo messi intorno a una tavola rotonda. - Leggi, leggi un po' che cosa hai combinato qui; ti acclamano tanto! Vediamo, vediamo!
Apersi il libro e mi preparai a leggere. Proprio quella sera era apparsa la prima edizione del mio romanzo, ed essendomene procurata una copia, ero subito corso dagli Ikmenev per leggere loro la mia opera.
Come ero addolorato di non aver potuto leggerla loro sul manoscritto, che si trovava allora nelle mani dell'editore! Natascia piangeva persino dal dispetto, litigava con me e mi rimproverava che gente estranea avesse letto il romanzo prima di lei...
Ma ecco, finalmente siamo tutti seduti intorno a una tavola. Il vecchio ha sul viso la seria espressione di un critico. Egli intende giudicarmi con tutta severità, «persuadersi personalmente». La vecchietta assume pure un'aria di grande solennità, credo persino che avesse messo per l'occorrenza una cuffietta nuova. Da tempo si era accorta che guardavo con un sentimento d'illimitato amore il suo tesoruccio, la sua Natascia, che mi mancava il respiro e mi si annebbiava la vista quando le parlavo, e che la stessa Natascia aveva uno sguardo più dolce di prima per rispondermi. Sì, era venuta infine quell'ora, era venuto il momento del pieno successo, delle speranze alate e della felicità più completa, tutto insieme, tutto in una volta! La vecchietta si era pure accorta che negli ultimi tempi anche suo marito aveva cominciato a fare i miei elogi in modo eccessivo, gettando sguardi particolari su me e sulla figliola... e ad un tratto ebbe timore: non ero conte, né principe, né duca regnante. Non ero neppure un semplice consigliere di collegio della scuola di diritto (2), giovane, decorato e bello! Ad Anna Andrejevna non piaceva fermarsi a mezza strada nei suoi sogni.
«Lodano l'uomo, - pensava di me, - ma non si capisce per cosa. Uno scrittore, un poeta.. E che cosa è alla fin fine uno scrittore?...»
CAPITOLO 6
Lessi loro il mio romanzo tutto d'un fiato. Cominciammo subito dopo il tè e terminammo la lettura alle due dopo mezzanotte. A tutta prima il vecchio si rannuvolò. Si era aspettato qualche cosa di elevato, di sublime, qualche cosa che, magari, non avrebbe potuto capire, che doveva però assolutamente essere molto elevata, e invece dovette udire la descrizione di una vita molto meschina, proprio identica a quella che vedeva ogni giorno intorno a sé; se almeno l'eroe fosse stato un uomo straordinario o, diciamo, un personaggio storico, come Roslavlev o Giorgio Miloslavki, invece no, l'eroe era un piccolo, umile e persino non molto intelligente funzionario, al cui soprabito mancavano i bottoni; inoltre, la narrazione era scritta come si parla ogni giorno, così alla buona... Strano!... La vecchietta rivolgeva il suo sguardo interrogativo verso Nicola Serghejevitc, e sembrava imbronciata, come se fosse realmente offesa. «Vedi un po' se vale la pena di pubblicare e di leggere sciocchezze simili! Com'è possibile che vengano pagate?» era scritto sul suo viso. Natascia era tutt'orecchi: mi ascoltava con avidità, senza staccare lo sguardo da me, e fissava le mie labbra, muovendo anch'essa la boccuccia deliziosa. Ebbene? Prima che fossi giunto a metà del racconto, le lacrime cominciarono a scorrere sulle guance dei miei ascoltatori.
Anna Andrejevna piangeva in piena sincerità, compatendo il mio eroe con tutta l'anima, e cercando nell'ingenuità della sua anima, di porgergli in ogni modo qualche aiuto nelle sue disgrazie, per quanto potei giudicare dalle sue esclamazioni.
Il vecchio aveva ormai rinunciato ai sogni delle cose sublimi. - Si vede subito fin dal primo passo che non si tratta affatto di alcunché di grande, di eccezionale; è semplicemente un racconto, una cosettina da nulla; però ti prende il cuore, - diceva. - Tutto quello che accade è molto comprensibile e resta nella memoria; si impara a capire che anche l'uomo più misero, più meschino, l'ultimo di tutti, diciamo, è pur sempre un essere umano, un nostro fratello.
Natascia ascoltava, piangeva e mi stringeva la mano sotto la tavola.
La lettura era terminata. Ella si alzò, le guance le ardevano, gli occhi le brillavano di lacrime: improvvisamente, mi afferrò la mano, la baciò e si slanciò fuori dalla sala. Il padre e la madre si scambiarono uno sguardo.
- Uhm ! Com'è esaltata! - disse il vecchio, stupito dal gesto della figlia. - Non è un gran male, però; anzi è un gesto bello, un impeto lodevole! E' una buona figliola ! ... - balbettava, gettando occhiate di sbieco alla moglie, come se volesse giustificare Natascia e, chissà perché, giustificare me pure.
Ma Anna Andrejevna, pur essendo stata commossa, anche lei, durante la lettura, e avendo dato segni di una certa agitazione, guardava ora come se volesse dire:
«Certo, Alessandro di Macedonia era un grande eroe, ma perché rompere le sedie?, eccetera».
Natascia ritornò poco dopo, allegra e felice, e passandomi accanto, mi pizzicò di nascosto. Il vecchio riprese a giudicare «con serietà» la mia opera, ma poi, per la gioia che provava, non seppe mantenersi in carattere ed esclamò, lasciandosi trasportare:
- Ah! caro Vania, è bello, è davvero qualche cosa di bello! Mi hai procurato una vera gioia! Confesso che non me l'aspettavo proprio!
Niente di elevato, niente di sublime, questo si capisce subito...
Ecco, io ho lì "La liberazione di Mosca", un'opera scritta proprio a Mosca; ebbene, vi si sente, fin dalle prime righe, che l'autore si slancia in alto come un'aquila verso i cieli... Ma sai, Vania, nella tua di opera, le cose sono più semplici, più comprensibili. Ed è proprio per questo che il tuo libro mi piace. Sembra più vicino alle nostre anime, come se tutto quello che racconti fosse accaduto a noi.
Invece il sublime... in verità, si capisce poco. Ecco, avrei un po' corretto lo stile; certo, ti faccio i miei elogi; però, devi convenire anche tu che non c'è dentro nulla di elevato... Beh! ad ogni modo, ora che è pubblicato, non si può cambiar nulla. Forse alla seconda edizione, eh? Credi, amico, che ci sarà anche una seconda edizione? E allora avrai ancora soldi... Uhm!
- E' mai possibile che abbiate ricevuto tanti quattrini, Ivan Petrovitc? - osservò Anna Andrejevna. - Vi guardo, e confesso che non riesco a crederci. Ah, Dio Santo, ecco come si guadagna il denaro, adesso!
- Sai, Vania, - continuò il vecchio, lasciandosi trasportare sempre più, - questo non è certo un impiego, ma è pur sempre una carriera. Il tuo libro verrà letto anche da gente altolocata. Ecco, tu dicevi che a Gogol è assegnata una pensione annua e che fu persino mandato all'estero. Se ciò avvenisse anche a te? Eh? O è ancora troppo presto?
Devi scrivere ancora qualche cosa? Allora scrivi presto, non indugiare, mettiti subito al lavoro. Non addormentarti sugli allori!
E lo diceva con aria talmente convinta, con tanta bonarietà, che mi mancava il coraggio di fermare il volo della sua fantasia, di gettarci sopra dell'acqua fredda.
- O forse ti faranno dono di una tabacchiera... Benissimo! La benevolenza può manifestarsi in molti modi. Vorranno incoraggiarti. E chissà, può darsi che tu venga ammesso a Corte, - aggiunse a mezza voce, socchiudendo l'occhio sinistro con aria significativa; - o non è ancora possibile? Credi che sia troppo presto per essere invitato a Corte?
- Eh, sì, così subito a Corte! - disse Anna Andrejevna, quasi offesa.
- Ancora un po', e mi promuoverete generale, - risposi io, ridendo di tutto cuore.
Il vecchio rise pure. Era contento da non dirsi.
- Eccellenza, non vorreste mangiare? - gridò la birichina Natascia, che nel frattempo aveva preparato la cena.
Ella rise apertamente, poi corse verso il padre e gli saltò al collo.
- Caro, caro il mio babbo!
Il vecchio s'intenerì.
- Va bene, va bene! Io, quel che ho in cuore ho sulle labbra. Già, anche se non è ancora eccellenza, andiamo a cenare lo stesso! Ah, come sei sensibile, tu, piccina mia! - aggiunse dando un colpetto sulla guancia ardente della sua Natascia, cosa che non perdeva mai l'occasione di fare. - Io, vedi, Vania, dico questo perché ti voglio un gran bene. E adesso, anche se non sei giunto ancora al grado di generale (e non ci manca poco), sei nondimeno un uomo celebre, uno "scrivitore".
- Oggi si dice scrittore, babbo.
- Ah, non si dice più scrivitore? Non lo sapevo. Bah! vada per scrittore. Volevo dir questo: certo non ti faranno "komerger" (3) per aver scritto un romanzo, non c'è nemmeno da sperarlo; ma se diventi un personaggio notevole, ti potrebbero mandare all'estero come ambasciatore, oppure, per migliorare la salute, in Italia, per esempio, anche per completare i tuoi studi; potrebbero aiutarti con denaro. Si capisce che, anche da parte tua, tutto deve procedere in modo perfettamente leale in modo che gli onori e il denaro affluiscano a te per i tuoi veri meriti, per il tuo lavoro, e non per altre ragioni, per via di protezioni, per esempio...
- Guarda di non inorgoglirti troppo, allora, Ivan Petrovitc, - aggiunse ridendo Anna Andrejevna.
- Ma, caro babbo, che c'è da aspettare tanto? Dategli almeno una «stella», tanto per non fermarvi a quell'«ambasciatore» e basta! - s'intromise Natascia.
E mi pizzicò ancora una mano.
- Questa qua, intanto, continua a deridermi! - esclamò il vecchio, guardando Natascia con occhi pieni d'entusiasmo; lei aveva le guance accese accese e gli occhi le scintillavano allegramente come due stelle. - Pare infatti anche a me, figlioli miei, che la fantasia mi abbia portato un po' troppo in alto; sono sempre stato così...
soltanto, sai, Vania, ecco, ti guardo e mi meraviglio di vederti così semplice.
- Ah, Dio santo, ma come dovrebbe essere, allora, secondo te, babbino?
- No, non volevo dir questo. E nondimeno, Vania, hai un certo viso...
come posso dire? un viso poco poetico... I poeti, sai, sono sempre pallidi, dicono, con quei capelli, sai... e negli occhi hanno un non so che... sai, come Goethe e gli altri... l'ho letto in un almanacco... ebbene? Ho detto ancora qualche sciocchezza? Guarda la birichina come si tiene i fianchi! Io, amici miei, non sono un uomo di grande cultura, non ho che i miei sentimenti. Beh, insomma, il viso non è poi una cosa molto importante; per me basterebbe anche il tuo, anzi mi piace molto... Veramente, non volevo dir questo...
L'importante, Vania, è di essere leale, onesto; continua a vivere onestamente, non farti certe idee! La strada davanti a te è larga...
Adempi onestamente al tuo dovere; ecco quello che volevo dire, proprio questo.
Ah, che tempi deliziosi! Tutte le mie ore libere, tutte le sere, le passavo in quella famiglia. Al vecchio portavo notizie del mondo letterario, dei letterati, ai quali, chissà perché, cominciò da allora a interessarsi in modo da non dirsi; si mise persino a leggere gli articoli di critica di B., di cui gli avevo tanto parlato, e che egli non capiva che a stento, ma continuava nondimeno a lodare con entusiasmo, rimproverando amaramente i suoi avversari, che scrivevano nel "Calabrone del Nord". La vecchietta esercitava una vigilanza scrupolosa su me e Natascia; ma non riusciva ugualmente a trattenerci.
I nostri cuori s'erano già parlato. Avevo finalmente avuto la gioia di sentir Natascia pronunciare a testa china, con voce percettibile, il «sì» da me tanto bramato.
Lo seppero anche i vecchi; se ne impensierirono e ci meditarono sopra; Anna Andrejevna continuò a lungo a scuotere la testa. La cosa le sembrava strana e paurosa. Ella non aveva molta fede in me.
- Già, tutto andrà bene, finché avrete successo, Ivan Petrovitc, - diceva. - Immaginatevi, invece, che la fortuna vi volti le spalle, insomma, qualche cosa di questo genere; che succederebbe allora? Se aveste almeno un impiego!
- Ecco che cosa ti risponderò, Vania, - disse il vecchio con voce decisa, dopo aver meditato un certo tempo: - ti confesso che mi ero non solo accorto, ma anche rallegrato, vedendo che tu e Natascia...
insomma, tu capisci! Ma vedi, Vania, siete tutt'e due molto giovani, e la mia Anna Andrejevna ha ragione. Aspettiamo. Ammettiamo che tu sia un uomo d'ingegno... diciamo, di grande ingegno, ma non sei, ad ogni modo, un genio, come ti hanno proclamato sulle prime; certo, l'ingegno non ti manca (oggi stesso ho letto la critica della tua opera nel "Calabrone", ti ci trattano assai male, ma, d'altra parte, che giornale è quello?). Sì, vedi dunque: l'ingegnosità non è ancora denaro alla banca; voi, invece, siete poveri tutti e due. Aspettiamo, dunque, un anno e mezzo, o almeno un anno; se le tue cose procederanno bene, se saprai affermarti sulla tua strada, Natascia sarà tua, se invece non riuscirai... ragiona un po' tu stesso. Tu sei un giovane onesto, potrai quindi capirlo!
Fu deciso, dunque, così. Ed ecco ciò che avvenne un anno dopo:
Sì, fu circa un anno dopo! Poco prima del crepuscolo d'una chiara giornata di settembre, m'ero recato a trovare i miei vecchi, ammalato, col cuore stretto d'angoscia, e mi ero lasciato cadere quasi svenuto su una sedia tanto che anch'essi, vedendomi in quello stato, si spaventarono. Ma se la testa mi girava, se avevo il cuore stretto da un'angoscia che mi aveva impedito una buona diecina di volte di varcare la loro soglia, facendomi tornare sui miei passi, non era perché non fossi riuscito nella mia carriera, né perché non avessi ancora né denaro né gloria, e nemmeno perché non fossi ancora addetto d'ambasciata, né perché vedessi ancora molto lontana la probabilità d'essere mandato in Italia per riacquistar salute: era perché in un solo anno ben se ne possono vivere anche dieci, e perché in quell'anno ne aveva vissuti dieci anche la mia Natascia. Tra noi s'era interposto un abisso...
Mi ricordo, dunque, che ero seduto di fronte al vecchio; non pronunciavo parola, andavo gualcendo con mano distratta la tesa già sgualcita del mio cappello, e aspettavo, chissà perché, che comparisse Natascia. I miei abiti erano miseri e mi stavano male; in viso ero patito, dimagrito e ingiallito, e ciò nonostante ero assai lontano dal rassomigliare a un poeta, e nei miei occhi, come prima, non c'era nulla di grande, nulla di quel che avrebbe desiderato scorgervi il bravo Nicola Serghejevitc. La vecchietta mi contemplava con una compassione troppo sincera e affrettata, pensando certo tra sé:
«E pensare che è mancato poco perché quest'uomo diventasse il fidanzato di Natascia, Dio ce ne scampi e liberi!».
- Posso offrirvi un bicchiere di tè, Ivan Petrovitc? - (Il samovar bolliva sulla tavola). - Come vi sentite, caro mio signore? Mi sembrate piuttosto male in gambe - mi domandò con voce compassionevole, una voce che mi pare d'udire ancora adesso.
Così pure mi pare di vedere un'altra cosa ancora: ella parla rivolgendosi a me, ma nei suoi occhi posso leggere un'altra preoccupazione, la stessa preoccupazione che ha fatto rannuvolare il viso del suo vecchio e che lo faceva, in quel momento, rimanere impensierito a meditare sempre sulle stesse cose, sopra la tazza di tè che si raffreddava .
Sapevo che erano molto preoccupati dalla piega inattesa che aveva preso il loro processo col principe Valkovski, il quale volgeva male per loro, e sapevo pure che Nicola Serghejevitc aveva avuto nuovi dispiaceri, tanto gravi da farlo perfino ammalare.
Il giovane principe, causa prima di quel processo, aveva trovato, circa sei mesi addietro, il modo di fare una visita agli Ikmenev. Il vecchio, che voleva bene al suo caro Alioscia come se fosse un suo figliolo, e che se ne ricordava quasi ogni giorno, lo aveva accolto con gioia. Anna Andrejevna si era ricordata di "Vassiljevskoje" e si era messa a piangere. Alioscia aveva cominciato a frequentarli sempre più assiduamente, di nascosto dal padre; Nicola Serghejevitc, uomo leale, franco e sincero, aveva respinto, indignato, ogni precauzione.
Per un senso di notevole orgoglio, non aveva neppure voluto pensare a ciò che avrebbe detto il principe, se fosse venuto a sapere che Alioscia era di nuovo accolto nella casa degli Ikmenev, e tra sé disprezzava tutti i suoi assurdi sospetti. Ma il vecchio non sapeva se avrebbe avuto bastevoli forze per sopportare nuove offese.
Le visite del giovane principe divennero quasi quotidiane. I vecchi si sentivano più allegri in sua presenza. Egli rimaneva tutte le sere in casa loro fino a tarda ora.
Naturalmente, il padre di Alioscia aveva finito per venire a sapere tutto. Ne erano risultati terribili calunnie. Aveva scritto a Nicola Serghejevitc una lettera quanto mai oltraggiosa, in cui ribadiva le ignobili accuse di un tempo, e aveva categoricamente proibito al figlio di frequentare gli Ikmenev. Ciò era avvenuto due settimane prima della visita che io feci loro. Il vecchio ne era rimasto terribilmente afflitto. Come! Osavano di nuovo tirare in ballo la sua Natascia, innocente e pura, con quell'immonda calunnia, con quelle volgari insinuazioni! Il nome della sua figliola era stato offeso dall'uomo che già una volta aveva offeso lui!... Poteva, dopo tanto, lasciar correre ogni cosa senza chiedere soddisfazione? La disperazione sua fu tanta, che ne perdette la salute, e, nei primi giorni, dovette persino mettersi a letto. Io sapevo ogni cosa. La storia era giunta alle mie orecchie con ogni particolare, sebbene, ammalato ed abbattuto, non mi fossi fatto vedere per circa tre settimane in casa loro e fossi rimasto a letto. Ma io sapevo pure...
no, allora non facevo che presentire; sapevo, senza crederci, che, oltre a quella storia, c'era qualcos'altro che doveva preoccuparli in quel momento più di tutto al mondo, e li osservavo con dolorosa angoscia. Sì, soffrivo anch'io: avevo timore d'indovinare, timore di comprendere, e facevo ogni sforzo per allontanare il momento fatale. E nello stesso tempo mi ero quel giorno recato da loro appunto per quello. Quella sera mi ero sentito attratto verso casa loro da una forza superiore.
- Vania, - mi domandò a un tratto il vecchio come tornando in sé, - sei forse stato davvero ammalato? Perché sei stato tanto tempo senza venirci a trovare? Mi sento in colpa verso di te. Avrei dovuto venirti a trovare da un pezzo, ma di questi tempi, lo sai anche tu...
E si rifece pensoso.
- Sì, sono stato ammalato! - risposi.
- Uhm! ammalato, - ripeté il vecchio dopo un silenzio di circa cinque minuti. - Ammalato! Te lo dicevo, allora, ti avvertivo; non hai voluto ascoltarmi! Uhm! No, caro Vania, si vede proprio che la musa ha sempre abitato, fino dai più remoti secoli, nelle soffitte, morendovi di fame, e continuerà sempre così. Ecco!
Il vecchio era proprio di cattivo umore. Se non avesse avuto una certa piaga nel cuore, non mi avrebbe parlato della musa affamata. Io osservai il suo viso: era ingiallito; aveva negli occhi un'espressione di stupore, un segreto pensiero in forma di domanda, che non era in grado di risolvere. Era agitato e insolitamente bilioso. La moglie gli gettava occhiate inquiete e scuoteva la testa. Approfittando di un momento in cui Nicola Serghejevitc ci voltava le spalle, ella me lo indicò con un cenno della testa, di sfuggita.
- Come sta Natalia Nicolajevna? E' in casa? - domandai ad Anna Andrejevna, preoccupato.
- E' in casa, mio caro, - mi rispose la vecchietta con una certa esitazione. -Verrà subito per darvi il buongiorno. E già! Siete stato tre settimane senza più farvi vedere. Quella ragazza, però, è diventata così strana! non riesco più a capire quando sta bene di salute e quand'è ammalata; che Dio la protegga!
E gettò un timido sguardo al marito.
- Macché! Non ha nulla, - fece Nicola Serghejevitc come di mala voglia e con indifferenza. - Sta bene. E' l'età. Ha finito di essere una bambina, ecco tutto. Chi mai potrebbe capirci qualcosa in tutte quelle tristezze e in tutti quei capricci di fanciulla?
- E già, secondo te, sono sempre capricci! - ribatté Anna Andrejevna con aria offesa.
Il vecchio non rispose e cominciò a tamburellare con le dita sulla tavola.
«Dio santo, possibile che sia già successo qualche cosa tra loro?», pensai io con spavento.
- E così, che cosa avete di nuovo? - riprese il vecchio dopo una pausa - B. continua a far della critica?
- Sì! -gli risposi.
- Ah, Vania, Vania! - concluse lui, con un vago gesto della mano. - Che può farci ormai la critica?
La porta si aprì ed entrò Natascia.
CAPITOLO 7
Aveva in mano il cappellino, che, entrando, depose sul pianoforte; poi mi si avvicinò e mi tese la mano in silenzio; le sue labbra si mossero leggermente, quasi volesse darmi il benvenuto, ma non disse nulla.
Erano passate tre settimane dall'ultima volta che l'avevo veduta. La guardavo perplesso e intimorito. Come era cambiata in quelle tre settimane! Il cuore mi si strinse d'angoscia, quando vidi quelle guance pallide e infossate, quelle labbra arse e quegli occhi che brillavano di una fiamma febbrile e di una risolutezza appassionata, sotto le lunghe ciglia scure.
Ma, Dio Santo, com'era bella! Mai, né prima né dopo la vidi bella come quella sera fatale. Possibile che fosse la stessa Natascia che solo un anno prima ascoltava la lettura del mio romanzo, senza staccare da me lo sguardo, e muovendo le labbra come se ripetesse le parole che io dicevo; la Natascia che, quella stessa sera, aveva riso e scherzato in modo così spensierato con suo padre? Possibile che fosse la stessa Natascia, che là, nella camera attigua, mi aveva detto «sì» con la testa abbassata e le guance soffuse di rossore?
Improvvisamente rimbombò nell'aria il suono grave della campana, che chiamava i fedeli alla benedizione. Ella trasalì. La vecchietta si fece un segno di croce.
- Tu volevi andare in chiesa, Natascia, ed ecco la campana, - disse. - Vacci, vacci, Natascia, va' a pregare Dio, tanto più che la chiesa è così vicina! Così, farai anche una passeggiatina, visto che te ne stai sempre tappata in casa. Guarda come sei pallida; sembra che qualcuno ti abbia gettato il malocchio.
- Io... forse... non ci andrò, stasera, - rispose Natascia con voce lenta e bassa, quasi sussurrando. - Non mi sento bene... - aggiunse, e si fece pallida come un cencio.
- Faresti meglio ad andarci, Natascia; avevi pure intenzione di farlo, no? Ecco, hai persino portato il cappello. Va' a pregare, Natascia, che Dio ti renda la salute, - cercava di convincerla Anna Andrejevna, guardando timidamente la figlia, come se ne avesse paura.
- Ma sì, vai! Sarà una passeggiata per te, - intervenne il vecchio, osservando pure con inquietudine il viso della figlia. - Tua madre ha ragione. Ecco, Vania ti accompagnerà.
Mi sembrò di veder passare un amaro sorriso sulle labbra di Natascia.
Si avvicinò al pianoforte, prese il cappello e se lo mise in testa; le mani le tremavano. Tutti i suoi movimenti sembravano incoscienti, come se non si rendesse conto di quel che faceva. Il padre e la madre l'osservavano attentamente.
- Addio! - mormorò la fanciulla, quasi in un bisbiglio.
- Eh, angelo mio, non è il caso di dire «addio», non parti poi per un lungo viaggio! Va' a prendere un po' d'aria! Guarda come sei pallida!
Ah, me ne ero dimenticato (ora dimentico sempre qualche cosa): ho terminato per te uno scapolare, ho messo dentro una preghiera, angelo mio, che una monaca giunta da Kiev mi ha insegnata l'anno scorso, è già pronto fin da stamane. Mettitelo al collo, Natascia. Forse Dio ti manderà la salute. Noi non abbiamo che te.
E la vecchietta trasse da un cassetto del suo tavolino da lavoro la piccola croce che Natascia portava di solito sul petto; allo stesso nastrino era adesso attaccato uno scapolare nuovo.
- Portalo, e possa ridarti la salute! - aggiunse infilando il nastrino al collo della figlia e facendole il segno della croce. - Una volta, ti benedicevo così ogni sera, prima che tu andassi a letto, e leggevo una preghiera che tu ripetevi con me. Ora non sei più quella che eri prima, e Dio non vuol concedere pace alla tua anima. Ah, Natascia, Natascia, nemmeno le preghiere di tua madre servono per te!
E la vecchietta si mise a piangere.
Natascia le baciò in silenzio la mano e fece un passo verso la porta; poi, improvvisamente, tornò indietro e si avvicinò a suo padre. Il petto le ansava.
- Babbino, benedite anche voi... vostra figlia! - disse con voce soffocata, inginocchiandosi davanti a lui.
Rimanemmo tutti turbati da quel suo atto inatteso ed eccessivamente solenne, e il vecchio la fissò per alcuni momenti con sguardo smarrito.
- Natascia, figliuola mia, bambina mia cara, che hai? - domandò finalmente, e le lacrime gli sgorgarono copiose dagli occhi. - Perché ti struggi? Perché piangi giorno e notte? Io vedo tutto; io non dormo, di notte, mi alzo e vengo ad origliare alla tua porta!... Dimmi tutto, Natascia, apri il cuore al tuo vecchio padre, e noi...
Non terminò la frase; fece alzare la figlia e l'abbracciò. Ella gli si strinse perdutamente contro al petto e nascose il viso contro la sua spalla.
- Nulla, non è nulla, è così... non mi sento bene... - ripeteva la fanciulla, soffocando pei singhiozzi a stento repressi.
- Che Dio ti benedica, come io ti benedico, figliola mia cara, tesoro mio, - disse il padre; - che Egli ti dia una volta per sempre la pace dell'anima e ti preservi da ogni disgrazia. Prega Dio, tesoro mio, che la mia preghiera di peccatore giunga fino a Lui.
- Anche la mia, anche la mia benedizione è sopra di te! - aggiunse la vecchietta, prorompendo in lacrime.
- Addio! - mormorò Natascia.
Sulla soglia, ella si fermò, guardò ancora una volta i suoi vecchi, fece per dire qualche cosa, ma non poté farlo, e se ne andò precipitosamente. Io mi slanciai sul suoi passi, presentendo una sciagura.
CAPITOLO 8
Se ne andava in silenzio, a testa bassa, senza guardarmi. Ma percorsa la strada in tutta la sua lunghezza e giunta sul lungo fiume della Neva, si fermò di botto e mi afferrò una mano.
- Soffoco! - disse. - Il cuore mi si spezza... soffoco.
- Torniamo a casa, Natascia! - esclamai spaventato.
- Possibile che tu non capisca, Vania, che me ne sono venuta via per sempre, che li ho abbandonati e che non tornerò mai più? - disse guardandomi con indescrivibile dolore.
Mi venne meno il cuore. Oh! io avevo presentito ogni cosa. Già da gran tempo, recandomi da loro, avevo visto tutto quello che ora accadeva, sebbene avvolto come in una nebbia, eppure rimasi colpito da quelle parole come da un fulmine.
C'incamminammo malinconicamente lungo la ripa. Non potevo parlare né ragionare, mi sentivo assolutamente sperduto. La testa mi girava. Quel che accadeva mi sembrava mostruoso, inverosimile.
- Mi giudichi molto colpevole, Vania? - mi domandò infine.